I clandestini
mer 03 feb alle 18.27 - visite 76 - commenti 2
Sono venuto qui in Italia con la speranza di trovare una sistemazione. Avrei tanto voluto rimanere nella mia adorata Africa, ma in famiglia siamo sette fratelli e ho sulle spalle anche una moglie e la mia piccola Sadira e i soldi non bastano per mantenerci. Lì in Addis Abeba avevo tutto: una casa, una famiglia, gli amici. L’unica cosa che mancava era il lavoro ed io, essendo il più piccolo, secondo mia madre non avrei dovuto lavorare. Diceva che con il reddito dei miei fratelli ce la saremmo cavata, ma io dovevo pensare anche a mia moglie e a mia figlia: non le avrei fatte morir di fame. Decisi così di partire, in cerca di fortuna, di una vita migliore da poter offrire ai miei familiari.
Ricordo ancora quando, io e i miei compagni, attraversammo il deserto. Partimmo di notte. Piano piano le luci fioche del mio paese si allontanavano mentre noi, entusiasti di trovare una nuova vita, ci avventurammo nel deserto ignari di tutto ciò che sarebbe potuto accadere. Passarono giorni e il sole cocente non ci dava tregua: vedevo i miei amici grondare di sudore, gli abiti bagnati, i volti scarni e la schiena ricurva. Non c’era acqua e sembravamo più magri di quanto lo eravamo quando pativamo la fame in Etiopia. Ad un tratto ci travolse una tempesta di sabbia: il vento ci spazzò via come fossimo foglie secche. Quando il turbine si calmò non tutti ci ritrovammo, ma dovevamo proseguire lo stesso , non avevamo abbastanza forze per cercare i nostri amici, magari avrebbero proseguito da soli oppure sarebbero tornati indietro. Le gambe cedevano, il morale era a terra, non avevamo neanche la forza per parlare, avremmo desiderato solo un bicchiere d’acqua. Iniziavamo a vedere miraggi, cose che non c’erano: beduini carichi di borracce, oasi … alcuni di noi morirono stremati e disidratati. Dicevo loro di riprendersi ma avevano già chiuso gli occhi insabbiati. A volte penso che era meglio non partire, penso alle famiglie dei miei amici ormai morti, penso ai terribili momenti del nostro viaggio. Dopo dieci giorni finalmente arrivammo sulle coste del Rif dove un vecchio ci condusse a un porto pieno di barche di legno, gommoni e di gente che come noi s’avventurava per quel mare immenso. Prendemmo un gommone insieme ad altri sei gruppi. Ma anche lì, le condizioni erano pessime: l’acqua era finita e non potevamo bere quella del mare. Il cibo non bastava per tutti e bisognava digiunare a giro e dare gli avanzi ai bimbi che ne avevano più bisogno. Vidi una bambina che piangeva e mi ricordò la mia piccola Sadira quando aveva fame e mi convinsi sempre più che quello che facevo era per la mia famiglia. All’improvviso, avvistammo un’isola, credo si chiami Lampedusa ma un’onda ci dirottò fino a trovarci persi nel mare. Dopo giorni di naufragio sbarcammo a Rosarno. Per cause di forza maggiore io e i miei compagni dovemmo separarci.
Ed ora, eccomi qui con un lavoro e una casa. Lavoro nei campi a raccogliere arance tutto il giorno, sotto il sole cocente come nel deserto ed in cambio ho qualche soldo e un tozzo di pane che a malapena basta per due giorni. Non ho un attimo di riposo, e non ho il tempo di spedire quel poco che ho ai miei familiari. Vivo in condizione penose: abbiamo costruito una baracca con i pezzi di latta che ho trovato per strada. Viviamo in sette e oggi si sono aggiunte altre tre persone di cui un bambino. Le condizioni igieniche sono penose e abbiamo una gallina da dividere tra dieci persone per una settimana. Non posso neanche denunciare la mia condizione poiché i miei datori di lavoro mi ricattano dicendo che se avessi detto qualcosa mi avrebbero tolto il lavoro. Io ne ho troppo bisogno. Ultimamente però giungono voci che qualcuno già si è ribellato e che lo Stato sta già prendendo provvedimenti. Non mi importa parlerò con qualcuno che possa aiutarmi così mi libererò della mafia (la chiamano così qui). Mi metterò in regola, sarò un cittadino immigrato riconosciuto dallo Stato Italiano, porterò così qui la mia famiglia per farle condurre una vita migliore trovandomi prima, naturalmente una casa e un lavoro dignitoso e onesto.